hit counter code

Professione Reporter

Professione Reporter

Dal 16 aprile 2007 sono tornato a Milano: faccio il vicecaporedattore di City, il quotidiano free press della Rcs. Fino a quella data qui avreste letto soltanto: "Raccolta di articoli (miei) e di riflessioni (sempre mie o in alcuni casi prese in prestito) che altrimenti leggerebbero solo in Puglia (lavoro per il "Corriere del Mezzogiorno", dorso di cronaca pugliese allegato al "Corriere della Sera")". Ah, dimenticavo: tranquilli/e... Sono consapevole del fatto che, per dirla con Indro Montanelli, "noi giornalisti scriviamo sull'acqua e abbiamo una vita effimera, come le farfalle". Infine: devo forse sottolineare che questo blog non è una testata giornalistica e che viene aggiornato senza alcuna periodicità? E pure che, pertanto, non può essere considerato in alcun modo un prodotto editoriale ai sensi della L. n. 62 del 7.03.2001? Scriviamolo, visti i tempi che corrono...

Eccomi

Utente: vinavil
Nome: Marco Brando
Un ex giornalista di provincia ... Ora tornato nella metropoli (beh, Milano - nel suo piccolo - lo è) :-)

EMAIL: injbr#tin.it *

* sostituisci # con @

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Feeds

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte

 
sabato, luglio 23, 2005

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A CULTURA - data: 2005-07-20 num: - pag: 11
categoria: REDAZIONALE

 

 

 

 

In un codice le lettere dell'imperatore al figlio Corrado IV che parlano soprattutto dell'Italia e del Regno di Sicilia

 

Scoperto in Austria un carteggio inedito di Federico II  

  

« È un codice di straordinaria importanza, grazie alla quale potremo guardare a Federico II di Svevia e a suo figlio Corrado IV in maniera diversa e originale, anche per quel che riguarda il loro ruolo nel Mezzogiorno d'Italia e in Puglia » .
Lo dice, con gioia, il professor Raffaele Licinio, che insegna Storia medievale a Bari e dirige il Centro studi normanno- svevi. La documentazione inedita è stata rintracciata a Innsbruck ( Austria - Tirolo) dal professor Josef Riedmann, ordinario di Storia medievale nell'università locale, e dal direttore della Biblioteca universitaria, Walter Neuhauser.
Il codice ha settecento anni e contiene, tra l'altro, duecento duplicati di lettere e mandati di Federico II, di Corrado IV e di altre personalità del XIII secolo. « Fra questi documenti ci sono una trentina di pezzi di Federico, e oltre centodieci di Corrado, di cui finora non si sapeva nulla » , afferma Riedmann.
Gli studiosi tirolesi ne sono così entusiasti da paragonare la scoperta, sul fronte della storia medievale, al ritrovamento di Ötzi, la famosa mummia preistorica ghiacciata trovata nel 1991 sul confine tra Italia e Austria.
Per altro, Riedmann aveva cominciato, con cautela, a delineare la novità della scoperta nel convegno interuniversitario e interdisciplinare intitolato « L'eredità di Federico II. Dalla storia al mito, dalla Puglia al Tirolo » , svoltosi a Innsbruck nell'aprile scorso, col patrocinio della Regione Puglia e di enti e istituzioni austriache. All'epoca il professor Riedmann aveva svolto una prima relazione dal titolo « Federico II in un codice tirolese » . Finalmente ha potuto giungere ad un'analisi scientifica dettagliata; ed è significativo che le prime basi siano state poste nel corso di quel simposio che ha segnato la collaborazione tra l'ateneo di Innsbruck e quelli di Bari, Foggia e Napoli.
« Il codice - spiega Licinio - contiene una serie di documenti, che gettano nuova luce su tutta una serie di questioni: ad esempio, la successione nel regno di Sicilia, la presenza e utilizzo di mulini ad acqua, l'ampliamento dei porti di città come Barletta e Salerno » . La maggior parte di lettere e mandati si riferisce proprio alla gestione, da parte di Corrado IV, del suo regno ereditario nell'Italia del Sud, dove egli tentò con mano forte di domare le resistenze contro la sua presa del potere. Licinio: « Ne sapremo di più quando potremo leggere la relazione di Riedmann negli Atti del Convegno di Innsbruck, attualmente in preparazione presso l'editore Adda » .
La collezione proviene dalla Certosa Allerengelberg di Schnals nel Sud- Tirolo, l'Alto Adige italiano, ed è in possesso fin dal XVIII secolo della Biblioteca di Innsbruck. Come mai sono stati scoperti solo oggi? « Perché, tra l'altro - dicono Riedmann e Neuhauser - il Codice, già poco appariscente e di piccolo formato, ha anche un titolo fuorviante e inespressivo. S'intitola " Notule rhetoricales diverse" » .
Comunque, secondo gli esperti, è fuor di dubbio che il Codice di Innsbruck allargherà significativamente le conoscenze circa l'epoca tarda degli Hohenstaufen. Ciò riguarderebbe soprattutto il breve regno di Corrado IV ( morto nel 1254), la biografia del quale, dopo questo ritrovamento, dovrebbe essere riscritta. Non solo. I documenti mostrano che Corrado intrattenne relazioni diplomatiche con il Papa, l'Imperatore bizantino, i Re di Ungheria, Francia, Castiglia, Inghilterra e Navarra e con i Dogi di Venezia. Inoltre si deduce che Corrado, nella piena tradizione di suo padre Federico II, ha tenuto con i suoi fiduciari nel Mezzogiorno una fitta corrispondenza per la composizione dei problemi quotidiani dei suoi sudditi.
Oltre ai testi di Corrado e Federico II, nel Codice di Innsbruck si trovano anche scritti di diversi papi, del Re di Gerusalemme, di sultani egiziani e altri sovrani di quell'epoca. Ma come finirono nella Certosa Allerengelberg ( fondata nell'anno 1327 e chiusa nel 1785)? Riedmann ritiene possibile che i testi siano serviti come modelli di scrittura per i monaci. Insomma, erano usati per esercizi di stile, in un'epoca in cui la stampa non era ancora all'orizzonte e tutto si scriveva ancora a mano.

                                                                                     

                                                               Marco Brando

Postato da: vinavil a 12:12 | link | commenti (2) |
storia, articoli, medioevo

giovedì, luglio 07, 2005

In memoria del professor Nicola Pende, primo rettore dell'Università di Bari

RAZZISMO

Bari dimentica il teorico del razzismo mussoliniano

 

Era il15 gennaio del 1925: quel giorno fu inaugurata a Bari l'Università, nella cornice del Teatro Petruzzelli. Il primo Rettore? Nicola Pende (1880 – 1970). <All’evento parteciparono il principe di Udine, in rappresentanza del Re, il ministro della Pubblica Istruzione, Fedele, e i maggiori esponenti della società civile barese dell’epoca. Segno dei tempi, la Regia Università fu intitolata “Benito Mussolini” e nacque già con un consistente carico di polemiche sulle spalle… A Nicola Pende, endocrinologo nato a Noicattaro, fu affidato l’incarico di definire le necessità con un gruppo di docenti. La prima facoltà fu Medicina e i primi iscritti erano solo 221 >. 

 

Questa informazione, tuttavia, non era contenuta nella relazione svolta il 29 giugno scorso dall’attuale rettore, Giovanni Girone, durante le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario della fondazione dell’ateneo. Le abbiamo trovate in un articolo del 25 giugno ospitato nel sito dei futuri dottori in  Scienze della Comunicazione (www.obiettivocomunicazione.it).  Dove però non s’apprende che Pende <contribuì a gettare le basi teoriche del razzismo italiano, razzismo originale, non biologistico, ma comunque fermo nel contrastare ogni ipotesi di contaminazione e ibridismo, e prevedendo una rigida separazione razziale, anche a scopo eugenico>.  Notizia che si può leggere invece in un saggio scritto, nel sito dell’ateneo di Trento, dal professore di Filosofia politica Michele Nicoletti.  

 

  Non solo; anzi, peggio: <Nel maggio del 1938 Hitler venne a Roma per ricambiare la visita di Mussolini, … il 14 luglio 1938 fu pubblicato il "Manifesto della razza", firmato da un gruppo di professori, di cui il più autorevole è Nicola Pende, in cui si sostiene l’assurda teoria della purità della razza italiana, prettamente ariana: quindi, gli ebrei sarebbero estranei e pericolosi al popolo italiano>. Informazione sempre reperibile su Internet e tratta da un volume pubblicato nel 1961 dall'Histadruth Hamorìm (Associazione Insegnanti Ebrei d'Italia - Milano). Durante l’estate 1938 tutta la stampa italiana <pubblicò articoli diffamatori contro gli ebrei preparando l’opinione pubblica a quella legge persecutoria che uscirà il 7 settembre 1938, di puro stampo nazista: tutti gli ebrei italiani sono messi al bando della vita pubblica; perfino le scuole sono precluse ai bambini ebrei>.  

 

 Fatto sta che - nel corso della recente cerimonia per l’ottantenario - il nome di Pende non compariva nella lunga relazione sulla storia dell’ateneo: al periodo tra 1923 al 1945 erano dedicate solo venti righe. E il suo ruolo nell’elaborazione del razzismo musssoliniano? Il 10 febbraio scorso (durante un dibattito legato all’anniversario e dedicato al Congresso antifascista di Bari nel 1944) solo l’inossidabile professor Luciano Canfora, ricordò esplicitamente – alla presenza del presidente emerito della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro -  che l’Università di Bari aveva alle spalle anche questa scomoda eredità. 

 

 D’altra parte di Nicola Pende si preferisce – tuttora e pure in altre sedi istituzionali di tutta Italia - ricordare solo i trascorsi scientifici (senza dubbio di grande prestigio) in altri campi. Ad esempio, nel volume <Toponomastica nojana> (cioè, di Noicattaro), scritto da Giacomo Settani nel 2001 (Schena Editore) si ricorda che, mentre il professore era ancora in vita, ci fu un comitato che tentò di fargli dedicare una strada della cittadina, cambiando quello di via Roma,  «…ov’è la casa che lo vide nascere in questa nostra fertile Terra d’intelletti». Ciò per assecondare «…il generale sentimento di popolare devozione e legittimo orgoglio della Comunità (cui fa eco il nobile assenso dell’uomo più grande che la Storia municipale ricordi)». Non successe: la Prefettura ricordò che è vietata <l’intitolazione di vie e piazze a nome di persone viventi>. In compenso Settani ci ricorda la biografia di Pende: <Era nato a Noicàttaro (Bari) il 21 aprile 1880 da Angelo e Annamaria Crapuzzi. Terminati gli studi superiori in anticipo, nell’ottobre 1897 si era iscritto alla Facoltà di Medicina della Regia Università di Roma, ove il 15 luglio del 1903, a soli 23 anni, aveva conseguito la laurea con il massimo dei voti. Divenuto ordinario di Clinica Medica a Messina, era poi passato ad insegnare a Palermo, Genova e infine a Roma. Al suo nome era legata l’istituzione della Università di Bari, che lo ebbe come Primo Rettore... Aveva scritto diversi trattati di Medicina, tra cui La Biotipologia umana (1939). Molto noto in Italia e all’estero per la sua attività scientifica e clinica, era considerato il caposcuola della moderna endocrinologia e nel 1934 era stato nominato Senatore del Regno per insigni meriti scientifici>. 

 

 Nessun accenno al razzismo e al resto. Eppure la storiografia recente ricorda che  Mussolini promulgò, nel 1938, le famigerate leggi razziali non tanto per <far piacere> a Hitler quanto perché facevano parte di una consolidata tradizione antisemita cara al Duce da tempo. E tra le fonti ideologiche cita il "razzismo biologico" di Pende. Al professore di Noicattaro è dedicato pure un articolo ospitato nel 2000 da <Minerva>, sito dell’Università di Torino (http://www.minerva.unito.it) . Firmato da Silvia Treves, coordinatrice della rivista “LN-Libri Nuovi”, s’intitola <Noi, razzisti brava gente. Il razzismo e la comunità scientifica italiana>. La studiosa scrive: <Una delle figure più influenti fu Nicola Pende, che elaborò una nuova disciplina: la "biotipologia umana", ossia una medicina che intendeva abbracciare l'intero individuo come unità psicosomatica cui applicare le misure di prevenzione, igiene e “bonifica della razza”. Pende, firmatario critico del Manifesto della Razza fornì, forse al di là delle sue stesse intenzioni, una solida base scientifica al razzismo del regime; ma, nonostante la prudenza e il trasformismo, non fu un semplice lacchè, ma un pensatore autonomo>. Infatti puntava su  una <stirpe mediterranea, vigorosa sintesi di numerose stirpi, che possiede il privilegio della "polivalenza biologica e culturale">.

 

 

 Inoltre in un sito dedicato all’olocausto nazista – www.lager.it - si ricorda che nel 1938 il <senatore professor Nicola Pende, direttore dell'Istituto di Patologia medica dell'Università di Roma, firmò  il Manifesto degli  scienziati razzisti>: <Il documento affermava che le razze umane esistono… che gli italiani sono ariani puri, che gli ebrei non appartengono alla razza italiana, che ormai è tempo che gli italiani "si proclamino francamente razzisti"; e concludeva dichiarando che "i caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo" e che i matrimoni misti erano ammissibili "solo nell'ambito delle razze europee, nel qual caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo">.  

Oggi non si tratta di rimettere all’indice l’ex Rettore di Bari Nicola Pende. Tuttavia ricordare, ottant’anni dopo l’inaugurazione dell’ateneo, potrebbe essere salutare. Oltre tutto a Bari via Nicola Pende esiste. A Noicattaro ci sono una lapide che lo ricorda, affissa nel 1980, e una scuola media a lui intitolata. E nel sito dell’Università di Tel Aviv dedicato all’Istituto Stephen Roth (studia antisemitismo e razzismo nel mondo), nella sezione dedicata all’Italia nel 2001 / 2, si ricorda il <tentativo di dedicare strade al figure fasciste>: <for example, Via Nicola Pende in Pesche, Isernia, and Via Benito Mussolini in Tremestieri, Catania>.  Nel settembre 2000 infatti una mobilitazione pubblica fece sì che a Pesche, comune del Molise, non venisse più intitolata una strada a Nicola Pende, <uno dei più autorevoli sostenitori della campagna razziale e antisemita del fascismo>.  Si legge poi su www.adista.it che nel 2000 <un’analoga mobilitazione è stata avviata nei confronti del Comune di Bari. Lettere di protesta possono essere inviate al Sindaco>. E Arca Bari il scrisse al sindaco di Bari chiedendo che quella via fosse cancellata. Perché dedicata al <”più autorevole sostenitore della campagna razziale e antisemita del fascismo" (Desideri, Storia e storiografia, ed. D'Anna, pag. 648)>. Non se n’è saputo più nulla. E di Pende, a Bari e in Puglia, si parla ancora poco. Anzi, pochissimo.

                                                                                       Marco Brando

(sul Corriere del Mezzogiorno Puglia del 6-7-2005)

Postato da: vinavil a 16:49 | link | commenti (4) |
storia, articoli, antifascismo

venerdì, luglio 01, 2005

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A CULTURA - data: 2005-06-30 num: - pag: 11
autore: di MARCO BRANDO

   

 

 

 

IL DOCUMENTO  

   

MISSILI 

La piccola « guerra fredda » dalla Murgia contro l'Urss



TOLTO IL SEGRETO SUI DOCUMENTI AMERICANI RELATIVI ALL'INSTALLAZIONE NEI PRIMI ANNI ' 60 DI TESTATE NUCLEARI NELLA BASE MILITARE DI GIOIA DEL COLLE

 

di Marco Brando

 


Palazzo Chigi, 44 anni fa, scelse di mantenere un terribile segreto: sui cinquanta megatoni ospitati nel Tacco d'Italia. La prova? « It clearly makes no sense to continue to classify the existence of the Jupiters and their locations, but the Italian Government seem to want it that way for political reasons » . Lo scrisse il 18 settembre 1961 Alan G. James, funzionario dell'Ufficio per gli Affari europei del Dipartimento di Stato Usa, in un rapporto finora inedito.
Traduzione: « Non ha evidentemente senso continuare a mantenere segreta l'esistenza degli Jupiter e il loro dislocamento, ma il governo italiano sembra volere questo per motivi politici » .
Cinquanta megatoni sono, nelle scala della guerra nucleare, equivalenti a 50 milioni di tonnellate di tritolo; e alla potenza di 3.500 bombe atomiche uguali a quella che nel 1945 distrusse Hiroshima, in Giappone, uccidendo 127.000 persone. Quei megatoni, all'inizio degli anni ' 60, costituivano la potenza di trenta missili statunitensi Jupiter dislocati in Puglia. Pronti ad essere lanciati verso l'Urss e i Paesi del blocco sovietico. Da dieci siti, nel raggio di 45 chilometri dall'aeroporto militare di Gioia del Colle.
Quel rapporto, custodito dagli archivi statunitensi del NSA ( National Security Archive) e ora desegretato, racconta la storia dei missili allineati da Nord Ovest a Sud Est, tra Spinazzola, Gravina, Acquaviva delle Fonti, Altamura, Irsina, Matera, Laterza, Mottola. Circostanza di cui s'era a conoscenza ufficiosamente, ma sempre coperta dal segreto di Stato e con contorni poco nitidi. Nel 1999, sulla Gazzetta del Mezzogiorno , ne scrisse Giorgio Nebbia, professore emerito di Merceologia a Bari e padre dell'ecologismo italiano: « La storia è stata raccontata con grandi dettagli, ricavati dai documenti segreti militari, resi accessibili grazie ad una speciale legge americana sulla " Libertà di accesso alle informazioni" » . Di recente è tornato sull'argomento il professor Nicola Pedde, direttore di Global Research : « Dall'archivio Usa esce un interessante documento storico nel quale per la prima volta si parla, e si descrive nel dettaglio, della gestione dei missili Jupiter dislocati in Puglia » .


Siamo riusciti a ritrovare le copie fotostatiche del documento partendo da una traccia lasciata nel sito di Peacelink ( http:// italy. peacelink. org), in una nota all'articolo di Nebbia; siam o q u i n d i r i s a l i t i a l s i t o http://www. gwu. edu/~ nsarchiv/ nsa/ NC/ nuchis. html ( Nuclear History at the National Security Archive ) della George Washington University. Il rapporto di James ( intitolato «Note del mio viaggio presso i siti italiani degli Jupiter » ) spiega tutto nei dettagli, compresa la contrarietà del terzo Governo Fanfani con ministro della Difesa Giulio Andreotti a divulgare il segreto.
Era il 1960 quando i missili iniziarono a giungere in Puglia, dagli Stati Uniti, nella distrazione generale. La storia racconta Nebbia « era cominciata nel settembre 1958, quando gli americani, allora era presidente Eisenhower, insistettero presso il governo italiano perché accettasse testate nucleari in grado di colpire l'Urss e paesi satelliti come Albania, Romania, Bulgaria » . « I militari americani spiega erano meno di quattrocento » . Poi, all'inizio del 1961, a Eisenhower successe Kennedy, con una politica di distensione nei confronti dei sovietici. Nell'ottobre 1962 gli americani scoprirono che una nave russa stava portando missili nucleari a Cuba. Nebbia: « Kennedy minacciò la guerra contro l'Urss. Ci furono frenetici contatti fra Kennedy e Krusciov. Intervenne anche Papa Giovanni XXIII: alla fine i missili sovietici tornarono indietro e l'America si impegnò a ritirare gli Jupiter da Puglia e Turchia » . « Curiosamente aggiunge il professor Pedde l'aver mantenuto i missili costantemente armati ed averne condiviso le procedure di lancio con gli italiani, costituiva una violazione dell'Atomic Energy Act, così come esplicitamente ricordato dallo stesso autore del documento recentemente declassificato » .
Nel rapporto James riferiva dunque la storia del modo in cui furono piazzati gli Jupiter IRBM presso la 36 Ëš Aerobrigata d'Interdizione strategica. L'addestramento degli italiani fu svolto nella base Usa di Lackland. I missili furono portati in Puglia con dieci voli dagli Stati Uniti, tra l' 1 aprile e il 10 giugno 1960. « Gioia scrisse il funzionario è il centro di controllo.
A Gioia c'è un precedente piccolo aeroporto Nato, comandato da un brigadiere generale italiano e da un colonnello dell'Us Air Force » .
Raccontò che il personale americano è di stanza per lo più a Taranto, a « 50 minuti d'auto da Gioia » . In caso di emergenza, i militari Usa hanno a disposizione alloggi in sede.
I missili erano entro il raggio di 10/ 30 miglia da Gioia, in dieci siti che ospitavano, ciascuno, tre ordigni: « Alcuni sulle colline, altri nei campi deserti, uno molto vicino alla linea ferroviaria e visibile dalla strada » . « I carabinieri perlustrano sporadicamente i boschi e i campi intorno alla basi, ma di solito non c'è perlustrazione fuori dalla doppia recinzione » . « Nessun testata nucleare è attualmente immagazzinata a Gioia; sono tutte sui trenta missili » . A Gioia, James vide « la costruzione destinata a custodire le testate » : « una struttura in cemento armato quadrata, situata a non più di cento yarde ( 90 metri, ndr ) dalla pista di atterraggio... Penso che per sicurezza potrebbe essere posta più lontano dalla pista » .
Ogni installazione era custodita da due ufficiali Usa e da due aviatori italiani. Con turni di 48 ore. Per il funzionario, i turni degli italiani non erano gestiti in maniera efficiente. Comunque « tutte le posizioni possono ricevere simultaneamente le istruzioni » . James descriveva la procedura di lancio, delegata a due ufficiali uno italiano e uno americano attraverso chiavi separate. « Ma per il supporto tecnico gli italiani sono pesantemente dipendenti da noi » , scriveva. Insomma, non erano in grado di lanciare i missili autonomamente. Anche se i nostri ufficiali erano considerati competenti sul piano teorico, « alcuni a livello di quelli americani » .
James era però preoccupato per quel sarebbe potuto succedere in caso di situazioni d'emergenza o di un incidente: anche perché la gente comune ufficialmente non doveva sapere nulla dei missili, a causa delle scelte del Governo italiano: « Naturalmente è una situazione anomala, perché gli italiani sanno chiaramente che ci sono: emerge quando i mezzi si muovono, in occasione di imprevisti e durante l'esercitazioni per prevenire incidenti nucleari » . E c'erano rischi: « sebbene la custodia da parte italiana sia ben effettuata » , i missili « rimangono vulnerabili al sabotaggio » . James ipotizzava una più intensa vigilanza da parte dei carabinieri nelle zone adiacenti: « Un sabotatore potrebbe colpire i missili anche con un colpo di fucile... U piccolo aereo veloce potrebbe penetrare e colpirne uno o due. E nelle vicinanze non c'è alcuna difesa antiaerea » .
« Non ho idea di quali siano le probabilità che questo possa accadere » , scrisse il funzionario » . Con un finale agghiacciante: « Riassumento, i nostri soldati e gli italiani stanno correndo dei rischi, visto dove sono poste le basi; ma è un rischio calcolato e non può essere così serio da mettere in discussione l'essenziale utilità degli Jupiter » .
Firmato: Alan G. James ( segret).
Per fortuna, finita la crisi con l'Urss, nel giro di poco tempo i poligoni pugliesi furono smantellati. Alla fine di giugno 1963 non rimasero che i ruderi. E restò pure, nella coscienza di tanti che conoscevano il segreto ( italiani e americani), la consapevolezza del rischio terribile e dell'apocalittico ordigno « ospitato » in Puglia.

-------------------------------------------------------------------------

 

   La mappa dei missili americani dislocati in Puglia : clicca qui  

   

 Ps: un articolo di Giorgio Nebbia del 1999 sullo stesso tema è qui: clicca

Ps2: gli originali dei documenti una volta segreti e ora declassificati sono disponibili sul sito
http://www.gwu.edu/~nsarchiv/nsa/NC/nuchis.html della George Washington University.

Cercate il "Report on Visit to Jupiter Sites in Italy" e lì troverete (in formato gif) le 5 pagine del rapporto segreto sulla visita alle postazioni degli jupiter in Puglia nel settembre 1961.

---------------------------------------------------------------------

Corriere del Mezzogiorno - BARI -
sezione: 1A CULTURA - data: 2005-07-12 num: - pag: 11
categoria: REDAZIONALE
  

SAGGI

I testimoni della Puglia <nucleare>  

  

Come si faceva per far partire i missili nucleari Jupiter Usaf che a cavallo degli anni Sessanta, tra 1961 e 1963, furono installati nei dintorni di Gioia del Colle, puntati verso l'Urss? Sarebbe bastato un qualsiasi ladro d'automobili. La procedura ufficiale consisteva nell'usare due chiavi, in sequenza: una custodita da un ufficiale statunitense, una da ufficiale italiano. Ma, in pratica, si potevano avviare i motori anche collegando due fili elettrici: la stessa tecnica usata per rubare qualsiasi vettura. Incredibile opportunità scoperta da un giovane aviere italiano.
E' una delle notizie contenute nel recente volume L'Italia della guerra fredda. La storia dei missili Jupiter 1957 1963 ( Edizioni Associate, euro 15.50), scritto dalla studiosa romana di Storia contemporanea Deborah Sorrenti. Il libro consente una lettura che completa le altre informazioni, inedite, contenute nell'articolo sugli Jupiter in Puglia pubblicato dal Corriere del Mezzogiorno il 30 giugno scorso ( Missili. La piccola « guerra fredda » della Puglia contro l'Urss ). A svelare il « caso » dei fili elettrici è stato il capitano Enzo Tatoni, che come altri ufficiali italiani, dopo aver svolto nel 1959 un corso degli Usa, fu destinato alla postazione di lancio di Mottola. Intervistato dall'autrice, racconta che fu un sergente maggiore, Ottolenghi, a scoprire la vulnerabilità del circuito elettrico: il missile insomma « sarebbe potuto partire anche senza usare la chiave di lancio » . Il giorno dopo la scoperta arrivarono « i tecnici della Chrysler in tutte le postazioni ( trenta, ndr ) per effettuare le dovute modifiche » .
Tatoni conferma che le basi non erano sicure: « i missili potevano essere colpiti anche da un semplice colpo di fucile » . Così come si sarebbe potuta agevolmente rubare una testata, in campagna durante un trasferimento, per poi portarla fino al mare e caricarla « con un mezzo su un sommergibile sovietico » . L'ufficiale racconta poi che una volta un fulmine colpì un missile. Cosiccome, secondo un altro ex militare italiano, il maresciallo Antonio Mariani, in un'altra occasione un missile cadde dal camion in una piazza di Gravina. L'unico ad essere convinto della garanzie di sicurezza è il generale Edoardo Medaglia, che comandava la 36a Aerobrigata Interdizione strategica: anche se sostiene « installare le basi in un territorio comunista come quello pugliese era come muoversi in un campo minato » .
Nel volume ci sono infine le testimonianze della gente del posto. Peppino Vasco, dirigente del Pci a Gioia in quegli anni, durante un soggiorno a Mosca dal 1958 al 1962 ( frequentò la scuola del Comitato centrale del Pcus) si sorprese « nel vedere su una rivista militare dell'Armata Rossa una cartina della Puglia in cui era segnata Gioia » . Mentre Rocco Libero Scialpo, sindaco comunista di Irsina dal 1960 al 1972, mostra anche l'altra faccia della medaglia: « La gente reagì positivamente » . In una Puglia allora poverissima, quelle basi militari portarono a bottegai e contadini qualche soldo in più. Nessuna preoccupazione? « Sapevamo che c'erano armi nucleari. Ma la cosa non faceva paura, allora non si era coscienti » .

Postato da: vinavil a 16:02 | link | commenti (1) |
storia, articoli